21aprile2020

Travolto nei giorni scorsi da un’improvviso turbinio chiamato esame universitario, dopo essere stato esaminato dall’occhio in webcam di un docente, riemergo nella realtà. Ad aspettarmi un cielo grigio con pioggia insistente che riflettono bene il mio stato d’animo. Per avere una percezione di direzione, da sempre, uso lo stratagemma dello scagliare una freccia il più lontano possibile, all’orizzonte, poi comincio a muovermi in quella direzione fino a quando mi dimentico della freccia e mi ritrovo nel cammino. Funziona è una tecnica di sopravvivenza che ti permette di essere in un moto costante, diretti dal noto verso l’ignoto a volte con pochi soldi in tasca ma con la vita che ti attraversa. In questo momento questa tecnica di sopravvivenza è improvvisamente scaduta, la freccia è stata spezzata a metà dal virus è l’unica direzione concessa è quella interiore. Il moto dal noto all’ignoto persiste ma non ci si distrae mai da se stessi, sempre in compagnia di quello lì che conosci da una vita o almeno pensi di conoscere e a volte non lo sopporti più, non ti sopporti più. Tutto sarebbe più tollerabile se almeno le pasticcerie in quanto produttori di beni di primissima necessità fossero aperte. Ma l’era Covid-19 si caratterizza anche per il senso di punizione, tanto
TUTTO ANDRÀ BENE
come nel paradiso promesso dai Cattolici. Intanto espiamo le nostre colpe chiusi dentro le case abitate da noi stessi e già non si respira. Se vogliamo ammettere la nostra presunta positività possiamo sempre chiamare il medico di famiglia, nuovo confessore che ci infliggerà un Mea Culpa promettendoci un tampone, nuovo Corpo di Cristo, che non arriverà mai. Dopo un po’, espiata la colpa presunta torneremo in giro con mascherina, guanti in lattice e virus così il gioco del contagio continuerà all’infinito.
Ormai sono quasi due mesi che siamo agli arresti domiciliari e la crisi economica sta cominciando a formare un’onda anomala che credo nessun decreto ministeriale potrà contenere. Anche lo tsunami ritrae le acque degli oceani per un attimo, un sospiro di attesa per poi scaraventarsi con impietosa potenza su tutto quello che incontra.

14aprile2020 Anonimo di Genova

Forte dell’ordinanza di Toti che riapre tutti gli orti in ambito regionale, stampo autocertificazione e copia della delibera e parto con cestino in vimini, focaccia ed estathe per recarmi a zappare a Savona. A Principe (vado in treno perchè la macchina, dopo un mese, ovviamente non parte), passo davanti a due militari a guardia delle transenne nell’unico ingresso non sbarrato. Autocertifico e i due non battono ciglio. Prendo il treno e scendo a Savona. Tempo di decidere se andare nel campo a piedi o in autobus, passo davanti alla Polfer di Savona che presidia l’unica uscita. Comincia il delirio con le modalità solite poliziotto buono e poliziotto cattivo. Cito la delibera, la mostro e il poliziotto cattivo risponde che io non posso andare fuori dal Comune di residenza (sulla delibera non c’è scritto nulla su questo). Dopo aver controllato biglietto del treno, carta d’identità e avermi spiegato che non posso andare neppure in farmacia se non dimostro che sto male, parte col verbale. A questo punto sbuca un terzo sbirro a cui ripeto della delibera, nel mentre una poliziotta parte e va in ufficio. Dopo 5 minuti arriva e dice che stanno controllando la delibera e di aspettare. Nella mezz’ora successiva mi chiedono:
-ha degli animali lei?
– no, non ho animali
-si sostenta con il lavoro agricolo?
-dipende cosa intende per sostentamento.
Altri 10 minuti e vogliono sapere se intendo sostentamento assoluto o parziale. Rispondo parziale. A quel punto esce il capo in borghese (stile polizia democratica), spiego che ho inteso male e che la delibera non può essere in contrasto col decreto italiano che proibisce il movimento fuori dal Comune.
Ergo: non facciamo il verbale ma te ne vai a casa, oppure 280 euro, vai nell’orto e poi fai ricorso.
Opto per la prima scelta perché non ne posso più. Torno indietro ma prima mi chiedono chi mi aveva controllato a Principe. Io vorrei stare zitto ma non mi sembra il caso di mentire e dico un soldato. Arrivo a Principe e ripasso dai militari che mi fermano…sono quello col cestino di vimini. Mi chiedono cosa mi hanno chiesto a Savona perché poi hanno chiamato la polfer di Genova che ha fatto il culo a loro che non dovrebbero neppure essere li e uno dei due mi dice che ha un orto a Benevento e non ci può andare, che non è giusto. Mi scuso con loro per il disguido e per aver creato problemi. Vado a casa.

13aprile2020

Oggi è il giorno di Pasquetta, rito pagano molto quotato nella nostra società. In sostanza si tratta di trovare un bel posto in mezzo ai prati, organizzarsi con gli amici di sempre con legna, carne e alcol e passare la giornata ubriacandosi più o meno lentamente, a seconda dell’esperienza dei singoli, tenendo conto che in un momento improbabile della giornata scatta la partita a calcio. A Pasquetta tutti giocano a calcio, anche quelli che durante l’anno come attività fisica fanno la pennichella pomeridiana. La partita si trasforma in breve tempo in due orde di vichinghi che rincorrono la palla, sempre che qualcuno sia riuscito a tenerla sottocchio. La produzione di acido lattico sale alle stelle mentre la gente cade vittima di immotivati incidenti corpo a corpo. La Pasquetta dura un giorno ma gli strascichi, a seconda delle infermità che causa possono persistere anche mesi.
Quest’anno per evitare che la gente si accalcasse nei prati il Sistema di Sicurezza ha aumentato i controlli sulle porte di uscita della città e voci di corridoio dicevano che avrebbero utilizzato anche i droni. Ora a più di un mese dalla paralisi quasi totale del sistema mentre il virus si trova in un punto non bene identificato della curva di contagio, le misure di sicurezza che già erano il tema principale nell’era preCovid-19 stanno lievitando a dismisura contro il nemico invisibile. Fermarsi, ridurre i contatti, utilizzare la quarantena, in fondo è il metodo che l’uomo ha sempre usato per contrastare i virus, con differenze basate sulla possibilità di un sistema di fermarsi senza far morire di fame. La mia domanda è
quanto queste misure di sicurezza diventeranno abitudine nel tempo a venire?
Le paure attingono dagli abissi interni di ognuno e tutte convergono nella paura della morte. Essendo alimentate dall’interno non si combattono certo armandosi di nuovi dispositivi di sicurezza. Fosse una sensazione cutanea che so il freddo, mi metto una giacca esco e ho risolto il problema, ma la paura non si contrasta così. Non serve neanche la ragione a scacciare la paura, risulterebbe come il tentativo di accendere un fuoco in mezzo all’oceano nero e profondo dell’irrazionale per provare a farlo evaporare. Se usciremo da questo periodo con ancora più paura di prima avremo magari sconfitto il virus ma ci troveremo in una condiscendente forma di semilibertà. Quello che sto ponendo non è un tema risolutivo ma una questione che mi inquieta. È da qualche giorno che sento che le mie solite risorse interne non bastano più, che ho bisogno di una nuova energia da cui attingere, una energia interna indipendente dall’esterno e sto pensando al coraggio tutto qui.

12aprile2020

Oggi è domenica e come tradizione vuole mi preparo per affrontare la camminata di qualche km per raggiungere la casa dei miei, dall’altra parte delle città. Metto nello zaino il dono Pasquale, una forma di formaggio caprino e uno spicchio d’aglio rosso nella tasca destra, antico talismano lucano che rende invisibile ai droni, il cellulare lo lascio a casa, ho notato che ormai basta alzare il dito mignolo per connettersi alla rete. Mentre cammino si riconfermano immagini che ormai sono icone della nuova mappa della città nell’era Covid-19. L’ex piazza del mercato deserta, il faraonico palazzo del comune, la coda davanti alla farmacia … per continuare ad alimentare la mia curiosità devo attingere da dentro, usare il passo esterno come facilitatore per il mondo interno. Utilizzo la strategia di sopravvivenza affinata nel mese in cui decisi di risalire il fiume Po in senso contrario imbattendomi in km di campi di mais e poco più. L’effetto è interessante, una specie di autoipnosi in cui l’attenzione si rivolge negli abissi interiori e il mondo fuori si ovatta. La camminata è il pendolo ipnotico, un passo dopo l’altro a ritmo lento. L’attenzione verso l’esterno si risveglia solo quando percepisce una novità improvvisa, lanciando i sensi come un boomerang in una direzione per raccogliere le impressioni e poi tornare all’interno. Lungo il tragitto degni di nota il volo di una gazza, un gruppo di tre persone che parlano di economia-politica-virus in rapporto 1/3-1/3-1/3 come gli ingredienti del negroni, l’immagine in lontananza di una donna in tuta nera che scappa da se stessa nell’immensità oceanica di una piazza, un uomo grande&grosso con cagnolino tipo Obelix&Idéfix, lo sguardo drogato di due uomini gonfi di psicofarmaci affacciati alla terrazza, il sorriso di un bambino dalla finestra. Arrivo a casa dei miei, mia madre mi accoglie sull’uscio, mio padre lo devo salutare sul balconcino di casa, non vuole perdersi neanche un attimo di primavera. La casa è immobile, immutata, anche la bottiglia di vino è sempre a metà, forse un miracolo riconducibile all’immagine di Padre Pio nella nicchia sotto la televisione sempre spenta. Capisco in quel momento che l’autoipnosi ha carattere ereditario, ma loro sono di livello superiore, forse più esperienza, non hanno neanche bisogno del cammino. In salotto avviene lo scambio Pasquale nettamente a mio vantaggio, una forma di formaggio caprino in cambio di un sacchetto di biscotti e un pezzo di focaccia homemade. Vedo il volto di mio padre preoccuparsi, esce di casa, torna con una bottiglia di vino da autoprodotta, me la offre per il tragitto di ritorno, il suo volto si rasserena. Esco di casa e passo dopo passo ritorno nella condizione di autoipnosi sorvolando la città silenziosa.

10aprile2020

Esco di casa con ancora in mente le parole di ieri sera del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Se alle riunioni in Europa decidessero di fare una cena dove ognuno porta qualcosa e poi si mangia tuttinsieme, lui con le orecchiette con le cime di rapa e qualche bottiglia di Primitivo accostate a tapas spagnole riuscirebbe a convincere tutti che gli eurobond sono la soluzione migliore e la Merkel finirebbe a mangiare da sola i suoi würstel&crauti. Purtroppo però le cose in Europa non finiscono mai a tarallucci e vino. Mentre cammino per la città deserta in cui l’unica novità sono la riapertura dei mercati rionali, penso alle parole che il Presidente ha usato nel discorso facendo appello al coraggio, alla creatività e alla tenacia del popolo italiano. Alzo gli occhi, nei palazzi del centro in cui gli alloggi signorili si sono trasformati in un arcipelago di monolocali sbucano gli italiani. Aderenti alla ringhiera dell’unica finestra di casa per prendere un po’ di primavera, gettano lo sguardo verso il nulla. Sul palazzo di fronte stessa cosa, tra i vari volti riconosco al terzo piano quello di un amico. Lui prima del virus per sbarcare il lunario faceva il cameriere e produceva musica elettronica ora produce solo musica, in fondo questo riposo forzato gli sta permettendo di concentrarsi sulla sua passione.
Forse tutti dovremmo approfittare di questo momento per guardarci dentro e ritornare a nutrire quelle radici che si erano fermate alla prima falda d’acqua comoda e spingerci un po’ più in profondità, nelle passioni per attingere creatività, coraggio e tenacia.
Forse questa situazione può diventare un’occasione per noi occidentali, i più ricchi della terra per provare a reinventarci, ma quei paesi che erano già in emergenza prima dell’avvento del virus non avranno il tempo di pensare ad altro se non a come provare a sopravvivere.
Cito a questo proposito un articolo del giornalista di El Salvador Barrera Carlos
( https://elfaro.net/es/202003/ef_foto/24133/ ) dal titolo
Si me quedo en la casa me muero de hambre.
Forse approfittare di questo periodo per rivedere la tenuta economica dell’Italia, dell’Europa, degli USA non basterà per tornare al sicuro perché non esiste un’oasi sicura mentre il deserto continua ad avanzare.

9aprile2020 un amico dal Paraguay

Dal blog ho letto i vostri giorni di quarantena e la vostra situazione non è molto diversa dalla nostra e dagli altri, perché per la prima volta stiamo assaporando tuttinsieme, qualcosa di strano e violento per alcuni, per altri sicuro, per altri ancora normale.
All’inizio di tutto dicevamo
oh il mondo cambierà per sempre e sarà più umano
oggi solo diciamo
quando possiamo uscire dall’obbligo di chiusura?
Ho ancora cibo per stare chiuso fino a domenica e lunedì dovrò uscire per approvvigionamento. Veramente vorrei stare a casa in campagna e non andare nella città buia silenziosa e paurosa. Ma il presidente (un cretino) ha detto che dobbiamo ancora stare chiusi una settimana.
Non credo nel virus, non credo nel presidente e nemmeno nel cambiamento.
Mi sa che hanno inaugurato così il terzo millennio:
di assoluto controllo alla Vita di tutti e tutti sorvegliando la Vita degli altri.
Ma siamo vivi e questa è la cosa buona.
A presto.

8aprile2020

Mi tuffo in strada, un araldo a cavallo srotola una pergamena, a gran voce annuncia la riapertura del mercato centrale, la folla oscilla eccitata. Il popolo rigorosamente in maschera chirurgica, si dirige nella direzione della piazza, il passo è deciso, la motivazione alle stelle. Dalle vie laterali spuntano tamburini e trombettieri a scaldare ancor più gli animi. L’impeto della folla travolge come un fiume in piena anche chi era uscito di casa con altre intenzioni. Alcuni si buttano dai balconcini dei condomini indossando in volo la maschera chirurgica e si aggregano al flusso incontenibile carichi di entusiasmo, i cani attratti dal frastuono decidono di seguirci con i padroni al guinzaglio. Arrivati nella piazza lo spettacolo è maestoso, importante, un susseguirsi di bancarelle con ogni ben di Dio aspetta la nostra avanzata. Ad arginare l’impeto della folla transenne e uomini dell’esercito regolano il flusso offrendo guanti in lattice. Ad uno ad uno entriamo nel mercato emozionati come dei bambini alle giostre e cominciamo ad aspettare il nostro turno davanti alle bancarelle. Nell’attesa penso più volte agli acquisti aggiungendo sempre più cose. Quando è il mio turno compro tutto quello che è avanzato. Con lo zainetto mezzo carico mi divincolo dalla folla e torno verso casa, l’eccitazione ancora mi scuote il corpo costringendomi a dei balzetti involontari.
Oggi è stata una giornata importante nell’eraCovid-19, forse sarà ricordata nei libri di storia come La Giornata del Mercato e il fatto di aver partecipato, di averla vissuta rafforza la mia autostima, mi fa sentire parte della storia, protagonista della storia. Speriamo di poterne vivere altri di momenti del genere, necessari per strutturare le basi di una umanità che sa cogliere le sfumature, reinventarsi creando il nuovo e dare forma a una Nuova Umanità.

7aprile2020

La luce primaverile calda e leggera entra dalle finestre. Le informazioni dicono che il virus comincia a scendere dal K2 dei contagi che ha raggiunto in poco più di un mese.
Forse a breve torneremo alla normalità.
Esco in strada, incontro il mio amico fioraio. Le sue parole descrivono la situazione economica della parte di società che conosce meglio, quella dei venditori del mercato. Molti di loro, abituati a navigare a vista con l’incasso guadagnato il giorno stesso, iniziano ad avere serie difficoltà ad andare avanti. I 600€ promessi dallo stato arrivano giusto a coprire qualche bolletta.
Continuo il mio cammino per le vie del centro pensando che forse il K2 dei contagi è parte di un catena montuosa più amplia, la successiva potrebbe essere di ordine economico. Per contenerla non serviranno più mascherine e distanza di sicurezza, basta dare al cittadino la libertà di stamparsi il denaro che gli serve per vivere, direttamente nel suo garage. Magari i decreti ministeriali ci costringeranno a stampare la moneta con la faccia della Merkel, accortezza necessaria per mantenere dei buoni rapporti con l’Europa, ogni cosa a questo mondo ha un prezzo.
Proseguo per la strada, davanti a me un anziano si aiuta nel cammino con un bastone. Lo supero osservando il volto che lentamente mi appare, nessuna protezione sul volto, rughe profonde gli solcano il viso, sguardo tenace, avrà almeno 400 anni. Per lui questa è una delle tante disgrazie che lo hanno accompagnano nella vita. Guerre, epidemie, crisi economiche, lutti ma anche nascite, rinascite, colpi di fortuna.
Forse non dobbiamo aspettarci un ritorno alla normalità ma reagire con creatività costruendo una nuova normalità.
Continuo a camminare mentre visualizzo con l’occhio della mente il volto della Merkel, ho deciso di progettare un’immagine accattivante alla Mia Nuova Moneta.

6aprile2020

Oggi è il primo giorno, durante l’era Covid-19, che non varco l’uscio di casa. In compenso sono uscite le mie vicine Lo e La. Lo era da tre settimane che non usciva, l’ho incontrata sulla scala di casa elettrizzata come una ragazza che esce la prima volta con le amiche il sabato sera, stava andando in posta. Poco dopo incontro La, non era affatto elettrizzata, stava uscendo per andare ad un appuntamento in banca. Mi fermo in giardino, la primavera è arrivata dando giovani foglie ai quattro tigli perimetrali, in centro il grande noce americano è ancora spoglio, preferisce mantenere l’abito invernale. Il sole è strano, sembra un neon rotondo a luce fredda appeso al soffitto del cielo, si può fissarlo senza che gli occhi si chiudano con un gesto automatico. Una coppia di picchi saltella da un albero all’altro. Stanno progettando di vivere insieme, un passo importante che richiede la sola attenzione del luogo giusto, la compatibilità affettiva è imposta dalla sopravvivenza della specie. Torna Lo, l’entusiasmo si è spento durante la coda di attesa davanti alla posta tra mascherine, guanti monouso e persone innervosite. Il suo istinto di sopravvivenza la porta a progettare subito un piano di ricarica: yoga al sole e libro. Torna La, a passo lento senza alcuna variazione umorale, nel suo caso un buon segno.
Oggi non ho voglia di uscire in strada, voglio nutrirmi solo di bellezza, immerso nel giardino di casa, protetto dal virus dalle alte mura di cinta.
I due picchi convergono sul ramo di un tiglio, finalmente sanno dove costruire casa.

5aprile2020

Oggi è domenica, quindi come ormai tradizione vuole nell’era Covid-19, vado a trovare i miei genitori. Per quanto anziani, la capacità di adattamento che stanno dimostrando in questo strano periodo mi sorprende. Nella loro esistenza non hanno creato fragili strutture verticali sostenute da piccole basi ma solo basi in espansione, una macchia mediterranea fatta di piccoli arbusti sempreverdi. Una flora tenace e resistente che ricopre la terra proteggendola e producendo piccoli frutti asprigni e invulnerabili. Comincio il mio solito tragitto, su una panchina tre donne sedute strette strette, una traccia genetica le accomuna, l’età le distingue, sono nipote, mamma e nonna, insieme guardano la piazza deserta dell’ex mercato sussurrandosi poche parole. In centro, nella via principale,
oltre alle solite coppie cane-padrone si aggiungono terne, lui, lei e bimbo a passo lento, in assenza di tempo. Continuo verso la periferia della città, passo sopra il ponte della ferrovia, la voce registrata annuncia un treno, lo aspetto. Seguo con lo sguardo il suo arrivo, è un treno fantasma. Scende il controllore, respira una boccata d’aria, fischia e il treno riparte. Nelle strade della periferia un leggero movimento di persone, alcune facciate delle case popolari si sono trasformate in spiagge romagnole verticali, i balconcini come piazzette ombrellone-sdraio-sole e il cielo come mare. Supero il condominio dei miei e arrivo fino al grande fiume. La passeggiata che lo costeggia è deserta, si sente perfettamente il lento scorrere delle acque. È piacevole identificarsi con quello scorrere, ti da un senso di immutata libertà. Torno indietro, suono ai miei, entro a casa. Mia madre sull’uscio mi accoglie, mio padre seduto in un angolino dietro una bottiglia di vino mezza vuota, mi sorride. Poche battute, qualche sorriso, una dozzina di uova, un sacchetto di biscotti, una busta piena di erbe di campo e sono pronto a ripartire, a ripercorrere a ritroso il tragitto, immerso nel silenzio che il virus ha generato.

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